Le Frequenze Sospette degli Autobus Romani

(Articolo pubblicato su Linkiesta.it)

Autori: Stefano Gagliarducci e Raffaele Saggio

Chiunque abbia mai utilizzato i mezzi pubblici a Roma sa che i tempi di attesa di un autobus sono alquanto aleatori. Le spiegazioni, in ordine di ufficialità, sono le seguenti: assenteismo e traffico, secondo Atac (l’azienda di trasporti capitolina); mancanza di risorse, secondo i sindacati. È convinzione di molti romani che ci sia anche un’ulteriore spiegazione, complementare e non necessariamente alternativa alle prime tre: il mancato rispetto degli orari di partenza dal capolinea. Le malelingue riferiscono di autisti che ritardano o anticipano la partenza della propria corsa per condividere un caffè o una sigaretta con i colleghi della corsa precedente o successiva.

Per verificare la fondatezza di questo sospetto, abbiamo utilizzato l’ottimo servizio di open data messo a disposizione da Atac stessa. Il servizio, tra le altre cose, permette di verificare l’arrivo esatto alla fermata attraverso un ricevitore Gps installato su ciascun autobus.

Nella settimana tra il 3 e il 7 marzo 2014 abbiamo monitorato quattro linee (il 64, il 105, il 409 e il 791), rappresentative dei tempi di frequenza (alta/bassa) e del tipo di collegamento (centro/periferia). Per evitare confronti non pertinenti, abbiamo circoscritto l’analisi secondo i seguenti criteri:

  • Autobus partiti tra le 5:00 e le 6:00 di mattina (quando non c’è traffico, non ci sono ritardi accumulati e il numero di passeggeri non è tale da rallentare le operazioni di ripartenza).
  • Mattine in cui il numero di corse osservate è stato uguale a quello previsto (per escludere eventuali anomalie legate a Gps o sito Atac non funzionanti, oppure all’assenteismo).
  • Passaggi alla prima, terza e quinta fermata dal capolinea per ciascuna linea (sono state monitorate solo fermate abbastanza vicine al capolinea, poiché, in eventuali arrivi congiunti a fermate più distanti dal capolinea potrebbero essere stati i semafori a compattare le corse)

Il seguente grafico mostra la frequenza degli intervalli di tempo con cui gli autobus si succedono. Per fare un esempio: una barra relativamente alta intorno allo “0”  indica che, per quella determinata linea, si osservano molti autobus arrivare pressoché in contemporanea alla fermata. In bordeaux riportiamo l’intervallo previsto (con una banda di oscillazione di un minuto), ovvero ogni quanti minuti gli autobus si dovrebbero succedere sulla base delle partenze dal capolinea. Ad esempio, il 105 prevede partenze ogni 4 minuti da entrambi i capolinea dalle 5.00 alle 6.00. Quindi, più alta è la barra in corrispondenza del numero “4” più la linea 105 sta effettivamente rispettando la sua tabella di marcia.

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In media, osserviamo che solo il 44% delle corse è arrivato nell’intervallo programmato dalla corsa precedente. Il 26% è invece arrivato in ritardo, con casi eccezionali come il 64 (Stazione Termini – San Pietro) in cui si osservano frequenze di passaggio 2/3 volte superiori a quelle previste. Infine, il restante 30% è arrivato in anticipo, il che purtroppo non è un bene. Dietro a questo dato, infatti, sembra celarsi la conferma al sospetto degli utenti romani: su 198 corse osservate, ben 25 volte osserviamo autobus che arrivano sostanzialmente in contemporanea alla fermata. Particolarmente eclatante il caso del 105 (periferia Sud-Est – Stazione Termini), il cui 20% delle corse è arrivato a meno di un minuto dalla corsa precedente.

La domanda che sorge spontanea è: ma Atac utilizza questi dati per monitorare il comportamento dei propri autisti? Se la risposta è si, i dati che abbiamo riportato sollevano dei dubbi su come vengano effettivamente utilizzati. Se la risposta è no, ci permettiamo allora una considerazione. Grazie alle nuove tecnologie, il monitoraggio è ormai sempre più efficace e meno costoso. Pur condividendo in parte le remore dei lavoratori (si vedano le resistenze dei vigili urbani di Roma alla geo-localizzazione delle vetture in servizio), nel 2014 non è pensabile che la gestione del trasporto pubblico in una città di grandi dimensioni non si avvalga dell’utilizzo, non solo a scopi informativi, delle più sofisticate tecnologie informatiche.

Nota metodologica: i dati sono a disposizione per verifica; non si possono escludere casi di corse “fantasma” (corse registrate e mai avvenute), nel qual caso i ritardi riportati rappresentano una sottostima dei ritardi effettivi.

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Il fattore lavoro sempre più in declino

Il labor share è un indicatore, approssimativo, che serve a misurare quanto del reddito di una nazione è ridistribuito tra lavoro e capitale.  In un recente paper, si vede chiaramente come una frazione sempre più ridotta del reddito vada verso i compensi da lavoro per le principali nazioni del mondo. Anche in Italia si osserva lo stesso tipo di trend, come mostra il secondo grafico.

Le ragioni? Secondo gli autori metà di questo declino è da attribuire al boom recente dell’IT.

 

Labor Share

 

grafico2

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Italia: paese di Poeti, Navigatori, Santi e Laureati con 110 e Lode

Abbiamo visto di recente che il premio salariale ottenuto da una laurea specialistica/magistrale rispetto ad  una laurea triennale è, in media, particolarmente modesto in Italia. Capire le ragioni del perché la laurea specialistica non sembri premiare gli studenti è complesso. Risulta difficile, in particolare,  capire se le ragioni di un premio così basso siano da attribuire a problemi sul lato della domanda nel mercato del lavoro (es: le imprese) o sul lato lato dell’offerta (es: studenti).

Qui vogliamo indagare il funzionamento dell’istituzione principale che opera sulla formazione e qualità di coloro che successivamente si offriranno nel mercato del lavoro: l’università. Tra le (tante) funzioni che l’università svolge una delle più importanti è quella di fornire dei segnali ai possibili datori di lavoro. In particolare, le università forniscono segnali riguardo la qualità degli studenti. Le amministrazioni pubbliche o le imprese  possono quindi analizzare questi segnali e capire chi, tra un determinato pool di candidati, è particolarmente adatto a svolgere una determinata attività lavorativa e con quale salario.

Un segnale ovvio che può svolgere tale funzione è il voto di laurea.  Se analizziamo i voti di laurea tra specialistica e triennale possiamo trarre alcune considerazioni interessanti. Primo, i voti alla specialistica tendono ad essere considerevolmente più elevati rispetto a quelli ottenuti alla triennale (1). Se guardiamo alla ripartizione geografica, inoltre, osserviamo che le università al Sud tendono ad avere voti di laurea all’incirca di un punto più elevati rispetto alle università del Nord sia alla triennale che alla specialistica.

tabella

Ancor più rilevante sembrerebbe essere il fatto che per alcune facoltà la media di laurea alla specialistica è pari a 110 se non maggiore. Purtroppo non è possibile ottenere la distribuzione dei voti per ciascuna facoltà data una determinata università ma è chiaro che medie del genere significano una sola cosa: moltissimi studenti alla specialistica tendono a laurearsi con 110 o 110 e lode (che Alma Laurea calcola nella media come 113).  Per fare un esempio concreto: i laureati in Architettura alla Facoltà di Valle Giulia, Sapienza nel 2012 hanno una media di laurea pari a 112,1.

Una spiegazione possibile di questo risultato è che gli studenti che proseguono gli studi tendono ad essere più bravi rispetto a coloro che ottengono solamente un titolo triennale. Se andiamo a vedere i dati dei laureati alla triennale tuttavia vediamo che il differenziale di voto tra coloro che proseguono gli studi e chi invece si è fermato al titolo triennale è pari a 1,4 (101 vs 99,6), un numero che non trova riscontro nei differenziali precedentemente mostrati. Sembrerebbe dunque che esista un “effetto” specialistica che spinge verso l’alto la votazione di laurea finale.

E’ interessante a questo punto capire quali fattori possano spiegare le variazione osservate nella votazioni tra diverse facoltà. Ad esempio, è possibile vedere che tipo di correlazione esista tra il voto medio assegnato in una determinata facoltà e la qualità della stessa. Misurare la qualità di una facoltà è ovviamente complesso. Una possibile proxy è fornita dall’indagine CENSIS-Repubblica che ogni anno assegna un voto (da 0 a 110) alle facoltà italiane sulla base di diversi fattori.

grafico1 Il grafico qui in alto riporta le combinazioni per ciascuna facoltà per voto di laurea e graduatoria CENSIS per le lauree specialistiche. La retta rappresenta il fit lineare sui dati. Notare come la pendenza della retta sia negativa (e statisticamente significa al 90%). Ovviamente senza la pretesa di stabilire un link causale, possiamo comunque dire che i dati puntino in una direzione dove  le università più virtuose tendono ad essere associate in media con una votazione di laurea più bassa.

A questo punto sorge spontaneo chiedersi che tipo di segnale il voto di laurea rappresenti per le performance lavorative degli studenti. Ancora una volta se andiamo a vedere i dati per gli studenti della specialistica il quadro è per certi versi sorprendente.

grafico2

Il grafico mostra infatti la presenza di una pendenza negativa tra salario (in logaritmo) e voto di laurea per i laureati alla specialistica. Una possibile spiegazione è che le facoltà che tendono ad assegnare voti alti (come lettere) sono anche associate con salari particolarmente bassi. E’ possibile  controllare per questi fattori aggiungendo alla regressione lineare quello che in gergo si chiamano effetti fissi per ciascuna facoltà. Tuttavia, controllando per questi fattori e altri ancora la conclusione non cambia: in Italia sembra che un voto più alto alla laurea sia associato ad un salario più basso nel mercato del lavoro. Inoltre, questo effetto negativo del voto di laurea sul salario è presente solamente per coloro che si sono laureati alla specialistica. (2)

Cosa concludere dunque da questa analisi? Sappiamo che una laurea magistrale non premia particolarmente, in termini di salario più alto, i suoi studenti. Una delle ragioni possibili è che gli studenti alla magistrale tendono ad avere una votazione di laurea estremamente alte e fortemente concentrata intorno al massimo voto disponibile. Ciò sembra avvenire particolarmente per le facoltà/università di qualità più bassa, come mostrato dal grafico 2.

Tutto questo implica però il fallimento dell’università in uno dei suoi compiti principali, ovvero segnalare a chi vuole assumere l’effettiva qualità degli studenti. Si arriva dunque ad un equilibrio finale dove ad esempio le imprese che devono assumere per la prima volta tenderanno a pagare salari più bassi proprio perché non in grado di differenziare chi effettivamente merita un salario più alto e chi no. Un fenomeno che in teoria dei giochi viene spesso definito come “pooling equilibria”.  Questo tipo di meccanismo, insieme ad altri magari attivi dal lato della domanda di lavoro, possono aiutare a spiegare perché una laurea specialistica in Italia non sembra premiare particolarmente i suoi studenti.

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(1) Una comparazione formalmente più corretta sarebbe andare a confrontare i voti di laurea di coloro che hanno ottenuto un titolo magistrale nel 2011 con il corrispondente voto alla triennale. Purtroppo la mancanza di dati individuali non ci permette tale confronto. Tuttavia, andando a guardare la durata media degli studi alla specialistica (all’incirca tre anni) e usando questa misura per fare inferenza sull’anno di laurea alla triennale (2008) per coloro che hanno conseguito un titolo magistrale nel 2011 è possibile comunque osservare lo stesso tipo di differenze riportate nella tabella 1.

(2) Il modello dove ottengo questo tipo di risultato è una regressione con  dati raggruppati per laureati alla triennale e alla specialistica per ciascuna facoltà presente nel campione di università di Alma Laurea. Nella regressione controllo per effetti fissi a livello di università e facoltà, provenienza geografica (se l’università è del sud), corso di laurea (specialistica o triennale), ranking della facoltà, voto e un indicatore che rappresenta l’interazione tra voto e se stiamo considerando laureati alla magistrale. Quest’ultima variabile ha un segno negativo e significativo con errori standard robusti e cluster a livello di università.

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Dati alla mano, la laurea specialistica non conviene

Versione pubblicata su Linkiesta

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La riforma universitaria del 3+2, varata nel 1999 nell’ambito del processo di Bologna, ha istituito due livelli di preparazione accademica, consentendo agli studenti di valutare, dopo tre anni di università, se proseguire gli studi. È importante domandarsi se questi due anni aggiuntivi di istruzione siano compensati, al termine degli studi, da un “premio salariale”, in altre parole se valga la pena, da un punto di vista di guadagno, “sacrificare” due anni di lavoro (e sostenere costi aggiuntivi) per investire sulla propria formazione.

A giudicare dal primo grafico sembrerebbe di no; in media, gli studenti laureati alla specialistica nel 2011 guadagnano poco meno del 1% in più rispetto ai colleghi con titolo triennale. Addirittura, se osserviamo coorti precedenti (2007-2010), il premio salariale diventa negativo.

Valutando i dati a tre anni dalla laurea il quadro non sembra cambiare, anzi. Il wage premium rimane negativo per tutte le coorti osservate. Questo dato è particolarmente preoccupante: se la laurea magistrale è volta ad ampliare le conoscenze e ottenere una formazione più specialistica, sembrerebbe che il mercato del lavoro non sia in grado di premiare queste conoscenze aggiuntive anche quando consideriamo un arco temporale più ampio. Il quadro cambia leggermente se valutiamo il premio salariale a cinque anni dalla laurea, che ritorna ad essere positivo ma economicamente non molto rilevante (60euro, appena il 4% in più del salario medio dei laureati triennali).

Se guardiamo il wage premium all’interno di diversi gruppi disciplinari (Grafico 2) la prima cosa che salta all’occhio è la sua eterogeneità. Se per i gruppi disciplinari medico o chimico-farmaceutico il premium assume valori positivi e decisamente elevati, nel caso delle facoltà di letterarie e di psicologia i “premium” sono non solo negativi ma anche particolarmente consistenti.

Come spiegare queste differenze? Innanzitutto va notato che gli studenti che “si fermano” alla triennale (nel 2011 sono il 37%) tendono ad avere una età alla laurea e una durata degli studi maggiore rispetto ai colleghi che proseguono gli studi. Inoltre, il 40% di loro trova un impiego di natura stabile contro il 33% dei laureati con specialistica. Ancora più importante è il fatto che il 37% dei laureati triennali sono impiegati in un lavoro che avevano cominciato precedentemente al conseguimento della laurea triennale (e questo può spiegare la maggiore durata negli studi) mentre nel caso dei laureati alla magistrale questa misura si riduce al 21%.

Queste differenze si ampliano ancora di più se consideriamo gruppi disciplinari con premium negativi. Per esempio, si osserva che sostanzialmente metà dei laureati triennali in discipline letterarie (filosofia, lettere e storia) prosegue un lavoro iniziato prima della laurea. Inoltre, il 57% di questi studenti dichiara che la laurea triennale ottenuta non è per nulla efficace nello svolgimento della attività lavorativa.

Sembrerebbe dunque che molti laureati di primo livello decidano di continuare un lavoro iniziato prima del conseguimento del titolo; lavoro che in alcuni casi non ha nulla a che vedere con il tipo di laurea conseguita (1). È possibile, tuttavia, che questi studenti non trovino posizioni lavorative che consentano un avanzamento professionale rilevante, data la mancanza di una successiva laurea specialistica. Di conseguenza si dovrebbe osservare nel tempo un processo di “recupero“ da parte degli studenti in possesso di conoscenze più avanzate in virtù del titolo magistrale.

I dati presentati nell’ultimo grafico confermano, anche se solo in parte, quest’ultima ipotesi. Alcuni gruppi disciplinari mostrano infatti che a cinque anni di distanza dal conseguimento del titolo, studenti con una laurea specialistica vedano un aumento maggiore dei loro salari. Ad esempio, per studenti laureati in economia e statistica il premium ad un anno dalla laurea è pari al 4.4% ma sale di quasi 10 punti percentuali se si guarda al guadagno medio a cinque anni dalla fine dell’università (un pattern simile si osserva anche per gli studenti di ingegneria). Viceversa, per i laureati in materie letterarie o psicologiche, i premium continuano a rimanere negativi anche a distanza di anni.

(1) In alcuni casi gli studenti che ottengono solamente la triennale sono lavoratori in età già avanzata che utilizzano la laurea triennale come strumento per l’avanzamento della carriera, spesso nella PA. Tuttavia, osservando i dati, l’impatto di questo particolare gruppo sembra perlopiù circoscritto nei gruppi disciplinari di natura giuridica o politico-sociale. A livello aggregato, infatti, il 63% degli studenti con solo titolo triennale o ha iniziato a lavorare dopo la laurea o non prosegue il lavoro iniziato prima della laurea.

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Quanto conta essere popolari nel mondo musicale?

Probabilmente tanto. Due ricercatori (Matt Salganik and Duncan Watts) sono però riusciti a quantificare l’effetto di cui sopra. Come? Attraverso un esperimento molto semplice.

I due ricercatori hanno creato una piattaforma musicale che propone 48 canzoni da ascoltare liberalmente in streaming e con la possibilità anche di scaricare gratuitamente la canzone. I visitatori della piattaforma potevano osservare il numero di ascolti totalizzati da ciascuna canzone e dunque osservare la popolarità di ogni singolo pezzo.

La piattaforma ha funzionato così per i primi 750 partecipanti. A quel punto però arriva l’esperimento: ai successivi 7500 partecipanti vengono assegnati – in modo casuale e senza che ne abbiano coscienza – due universi paralleli. In un primo mondo la classifica di popolarità delle canzoni basate su downloads e ascolti corrisponde a quella reale ottenuta con i primi 750 partecipanti. Nel secondo mondo la classifica viene ribaltata. La canzone meno scaricata viene  mostrata come la prima in popolarità e così via.

I risultati sono sintetizzati da questo grafico:

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Si vede subito che la canzone più popolare (Song 1 in blu) è stata scaricata più di 500 volte mentre quella meno popolare (Song 2 in rosso) solo 29 volte. Questo è il risultato che si osserva nell’universo dove la classifica di popolarità non è stata alterata.

Le cose interessanti si osservano nel secondo universo, dove la popolarità è stata alterata. Si osserva infatti che la canzone che doveva essere meno popolare e che adesso invece viene mostrata come più popolare ha una crescita di downloads molto pronunciata  e decisamente maggiore rispetto a quando appare ultima in classifica.

Significativo anche l’effetto che si osserva per la migliore canzone in termini di popolarità che nell’universo parallelo appare come la canzone meno scaricata. Song 1 infatti mostra infatti una crescita di downloads molto pronunciata, segno che comunque (alcuni) ascoltatori sono effettivamente in grado di riconoscere l’eventuale qualità di una canzone senza farsi influenzare da fattori di popolarità.

Tuttavia, osservando il ranking finale di tutte le canzoni nell’universo parallelo, si osserva  che questo non ha alcuna relazione con l’universo dove il ranking non è stato alterato. Segno dunque che il semplice “credere” che una canzone sia popolare ha un effetto estremamente pronunciato sull’effettiva popolarità della canzone.

P.S Questo pezzo è preso da un discorso, che personalmente ritengo straordinario, di Alan Krueger, capo dei consiglieri economici alla casa bianca, dove si paragona il mondo musicale all’attuale situazione economica degli Stati Uniti.

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L’Anomalia del Wage Premium Italiano.

— Versione Pubblicata su Linkiesta.it: http://www.linkiesta.it/salari-laureati

Quali sono le facoltà che premiano maggiormente lo sforzo degli studenti? Per rispondere a questa domanda possiamo usare i dati di Almalaurea, disponibili qui (1). Dal grafico sottostante emerge che la facoltà che garantisce un futuro più “solido” ai propri laureati è Medicina; non a caso in Italia è la facoltà  più selettiva all’ingresso. Ad eccezione del 2012 – dove il risultato di Scienza della Comunicazione appare un outlier – la facoltà di Medicina ha infatti offerto ai suoi studenti salari più alti e anche una maggiore probabilità di trovare un impiego (si veda qui per approfondimenti). Viceversa, da questi punti di vista le facoltà “peggiori” sembrano essere Psicologia e Lettere.

Grafico 1 – Evoluzione dei salari mensili netti dei laureati italiani a un anno dalla laurea Fonte: Almalaurea. Clicca sull’immagine per ingrandirla

Grafico 2 – Evoluzione del tasso di disoccupazione dei Laureati ad uno anno dalla laurea Disoccupazione Laureati ad uno Anno dalla Laurea Nonostante sia vero che l’impatto della crisi su alcuni settori è estremamente accentuato; se negli altri paesi osserviamo una generale crescita della quota di occupati ad alta qualificazione durante la crisi, nel nostro paese accade l’esatto opposto, come mostra il grafico qui sotto. Dove vanno a finire i nostri laureati migliori? Probabilmente all’estero, a rafforzare la ricerca e lo sviluppo di altri paesi. Oppure, più semplicemente, abbiamo meno laureati in professioni qualificate perché in Italia laurearsi sta diventando sempre meno conveniente. Secondo un’ indagine del Ministero dell’Istruzione, il tasso di passaggio dalla scuola secondaria all’università nell’anno accademico 2011-2012 è stato del 52%, contro il 73% dell’anno accademico 2003-2004. Perché sempre meno studenti italiani si iscrivono all’università? Parte della risposta si trova guardando ad uno dei principali incentivi verso il proseguimento degli studi: il wage premium, ovvero il miglioramento in termini di salario che un individuo ottiene se decide di intraprendere un percorso universitario. Confrontando il salario netto di un laureato ad un anno dalla laurea nel 2012 (943€) con quello di un diplomato impiegato a tempo pieno ad un anno dal diploma (925€), il motivo dello scarso appeal della laurea è lampante: la differenza è sostanzialmente nulla. Non solo, se entriamo nel dettaglio di questi numeri emerge che il guadagno atteso di un laureato di alcune facoltà (ad esempio Architettura, Psicologia, Lettere e Filosofia), è nettamente inferiore rispetto a quello di un diplomato – tutto questo ovviamente ammesso e non concesso che l’individuo in questione riesca a trovare lavoro al termine degli studi. (2) Questo rappresenta la seconda anomalia dell’università italiana: se in paesi come gli USA il wage premium è pari a 70-80% (e in crescita nel tempo) in Italia il gap è di dimensione nettamente inferiore (3). Tutto ciò non fa altro che alimentare la famosa fuga dei cervelli italiani. Alla luce di questi dati è chiaro che per valorizzare le università (argomento tanto discusso), il primo obbiettivo dovrebbe essere quello di rendere produttivo l’investimento degli studenti. E’ inaudito che per molti studenti italiani, investire nella propria istruzione rappresenti un investimento, nella maggior parte dei casi, poco conveniente – e tutto questo senza considerare i costi aggiuntivi (diretti e indiretti) che uno studente iscritto all’università deve affrontare. Qualsiasi riforma dell’università deve necessariamente passare da questa constatazione.

Note:

(1) Questi dati sono tutto fuorché perfetti. Si tratta infatti di questionari che spesso hanno tassi di risposta bassi e che quindi inquinano, in parte, la generalizzazione dei dati

(2) Va comunque rilevato che il tasso di disoccupazione tra diplomati è all’incirca del 30%

(3) E’ importante notare, tuttavia, che questo differenziale si riferisca solamente al primo anno di esperienza lavorativa e che nel corso degli anni sia destinato ad aumentare. Con i dati forniti da Alma Laurea/ Alma Diploma non è possibile andare più in là dei tre anni per ottenere stime comparabili.

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I soldi significano più Felicità?

Un paper appena pubblicato analizza la relazione tra soddisfazione nella propria vita (che chiamerò felicità) e ricchezza. Le analisi precedenti sottolineavano il ruolo della ricchezza è limitato e più che altro relativo, ovvero, per determinare il livello di felicità è fondamentale conoscere il livello di ricchezza che le persone hanno rispetto ad altri.

Il paper di cui sopra ribalta questa visione e stabilisce l’importanza del livello di ricchezza assoluta. In particolare si osserva nei dati che la felicità cresce con la ricchezza in vari tipi  di relazioni, come i grafici qui sotto mostrano chiaramente:

L’ultimo grafico è particolarmente interessante: la relazione felicità-ricchezza è pressoché  ovunque in Europa positiva e statisticamente significativa tranne che in…  BELGIO.

Commento Aggiuntivo: Mi fanno giustamente notare del paradosso di Easterlin, ovvero che, quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino ad un certo punto, poi comincia a diminuire, seguendo una curva ad U rovesciata. Se guardiamo il grafico di mezzo vediamo che questo fatto non sembra supportato dai dati. Non c’è infatti un punto dove le linee (che rappresentano la relazione felecità-ricchezza per diversi livelli di reddito disaggregati per nazione) si appiattiscono mai e questa relazione è robusta tra tutti diversi paesi.

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